la Repubblica

 

 
Somiglia alla Russia 
la Cina senza leadership

di GERALD SEGAL *



QUANDO ho chiesto alle autorità cinesi perché avessero sospeso il bando quinquennale decretato nei miei confronti, mi hanno risposto che la Cina è cambiata. Ed è così in effetti. Quella che invece non è cambiata di molto è l'idea che si ha di questo paese. 
La Cina assomiglia a tutti gli altri stati nei quali un vecchio sistema sta morendo, mentre quello nuovo non è ancora saldamente in sella. Tuttavia, mentre il rifiuto del visto d'ingresso da parte di paesi come l'Unione Sovietica di Breznev, o gli stati dell'Asia orientale quando quei regimi erano più autocratici, equivaleva praticamente a un riconoscimento della correttezza del lavoro svolto, nel caso della Cina si tende a un atteggiamento opposto, piuttosto che criticare il morente regime di Pechino. 
Se le autorità cinesi mi hanno precluso l'ingresso nel paese, è stato a causa di un articolo in cui sollecitavo il sostegno occidentale alle riforme di Chris Patten a Hong Kong, e affermavo che in prospettiva esse avrebbero potuto contribuire al processo di riforme nell'intera Cina. Fino a una settimana prima della revoca di quel provvedimento nei miei riguardi, gli osservatori e le autorità occidentali mi consigliavano di ammorbidire il mio atteggiamento, o addirittura di starmene zitto per qualche anno. Alcuni esponenti del governo cinese mi hanno persino suggerito una pubblica "autocritica" per farmi concedere un visto. Consigli scriteriati, sintomatici di un errore di percezione che induce a trattare la Cina come un caso sui generis. 
In verità, si tratta di una potenza atrofica, confrontata con immensi problemi. Alcune delle sue difficoltà presentano inquietanti paralleli con la situazione giapponese; ma ciò che più preoccupa sono le analogie con la Russia.
In Cina come in Giappone, al problema della bolla economica si aggiunge quello di una leadership politica debole. Al mio ritorno a Shangai dopo cinque anni di assenza, le autorità cinesi mi hanno mostrato con orgoglio file chilometriche di nuovi edifici risplendenti, e illustrato il progetto del più grande grattacielo del mondo, destinato a ospitare uffici. Nessuno ha accennato al fatto che il 70% di quegli edifici sono vuoti. L'orizzonte è ingombro di cantieri abbandonati. E si continua a pompare denaro in questo sistema, in un momento in cui i crediti inesigibili delle banche hanno raggiunto il 40% del Pnl. Gli imprenditori locali sanno bene che è meglio investire all'estero, anche se le autorità cinesi cercano di convincere gli stranieri del contrario. Ecco perché i capitali usciti dalla Cina hanno superato quelli importati dal 1992, e nel 1998 sono defluiti due volte più capitali a breve termine di quelli entrati nel paese. 
È giusto riconoscere che i dirigenti cinesi comprendono bene questi problemi e sanno ciò che dovrebbero fare. Ma i progetti di riforma del primo ministro Zhu Rongji, annunciati nei primi mesi di quest'anno e già accantonati, stanno a testimoniare la portata della sfida, non meno della debolezza della leadership cinese. Se i cinesi, come i giapponesi, sanno quali sono gli investimenti necessari, ne temono le conseguenze. 
Ma le analogie di questo paese con la Russia sono anche più allarmanti. La studiosa di economia He Quinglian ha pubblicato in Cina una coraggiosa analisi, nella quale spiega perché nel suo paese le riforme altro non sono che una "marketisation of power" (mercatizzazione del potere). Un potere che si concentra nelle mani di una ristretta élite di "principesse e principi rossi" e di pubblici funzionari con le relazioni giuste, molto simili agli "oligarchi" russi. La disparità dei redditi è andata rapidamente aumentando, tanto che dal 1994 è più forte in Cina che negli Usa. Il 70% della popolazione rurale ha persino subito in questi ultimi anni una riduzione reale (e non soltanto relativa) del proprio reddito. In tali circostanze, anche la Cina soffre, come la Russia, di quello che He Quinglian ha definito un "collasso etico". Altra analogia tra questi due stati: l'esiguità dei proventi fiscali, dato che i mediatori regionali del potere si fanno beffe delle autorità centrali, ma più ancora a causa della fuga sempre più allarmante di capitali. Come è avvenuto nell'Asia orientale nel 1997, quando gli investitori locali esportano il loro denaro, dimostrando così la propria mancanza di fiducia, ogni straniero prudente è indotto a seguirne l'esempio. 
Il parallelo più evidente con la Russia si ravvisa nella mancata riforma del settore delle industrie di proprietà dello stato (Soe) in via di degrado. Le autorità cinesi sanno di non poter far fronte ai problemi di un sistema bancario fallimentare, se prima non cesseranno di erogare prestiti, sia pure col contagocce, a queste industrie da tempo defunte. Il 4% circa del tasso di crescita del Pil cinese, valutato al 7% annuo, deve essere attribuito alla produzione invendibile delle Soe, i cui prodotti arrugginiti e inservibili costituiscono il 18% del totale del Pil. Strano a dirsi, i prestiti bancari sono aumentati del 24% nel primo semestre del 1998. In un'economia ormai in fase di rapida deflazione, il governo teme che la chiusura delle industrie di stato provochi disoccupazione di massa e disordini sociali. In assenza di un sistema di sicurezza sociale - della quale i cinesi sostenevano di poter fare a meno grazie ai "valori familiari asiatici" - sembra che l'unica scelta possibile sia quella di mantenere le Soe come rete di sicurezza protosociale. Ma ciò nonostante, la disoccupazione è al 10% con tendenza a un ulteriore aumento. 

OVVIAMENTE, anche le differenze rispetto alla Russia sono notevoli. Il sistema politico cinese è tuttora assai meno pluralista; non esiste l'equivalente di una Duma indipendente, e neppure una stampa più o meno libera. La valuta cinese è legata a un tasso di cambio fisso, e la convertibilità è soggetta a restrizioni: di conseguenza i mercati internazionali hanno possibilità limitate di imporre la "disciplina di mercato". L'economia russa dipende in misura molto maggiore dall'esportazione di risorse naturali, mentre la Cina ha sviluppato con successo un settore di industrie leggere che lavorano per l'esportazione. Inoltre, questo paese beneficia di ingenti rimesse di fondi da parte di oriundi cinesi residenti all'estero: la Cina è infatti, tra tutti i paesi in via di sviluppo, il maggior importatore di capitali, il 70% dei quali proviene da oriundi cinesi. 
In una visione ottimistica si potrebbe identificare il futuro della Cina con il modello di Taiwan, dove un partito ex leninista al potere ha saputo trasformare se stesso insieme all'intero contesto politico, dando luogo a un efficiente sistema pluralistico. Ma come ha acutamente osservato Chris Patten nel suo recente libro dal titolo "East and West", è più probabile che il futuro riservi al paese una versione della formula indonesiana: un capitalismo per pochi intimi un esercito politicamente potente, tensioni regionali, disparità dei redditi, ma anche alcuni segni incoraggianti dell'emergere di una società civile: tutto questo è presente nella Cina moderna.
In ultima analisi, i problemi della Cina si possono comprendere meglio avendo in mente queste diverse analogie. Ma per una chiarezza completa sulla sorte di questo paese è necessario tenere presente che la Cina non ha veramente rotto con il suo passato. Due sono i principali ostacoli: la mancata comprensione dell'impossibilità di sconfiggere, o anche di imitare il sistema occidentale che domina il mondo, e il mancato rifiuto della soluzione leninista. Ed è allarmante che alle soglie del 50 anniversario della rivoluzione comunista cinese, a differenza della Russia, la Cina non abbia ammesso l' enormità di quell'errore. 

(traduzione di Elisabetta Horvat)

(*) l'autore è Direttore degli Studi all'International Institute for Strategic Studies di Londra