la Repubblica
19 April 1998
 

 
 
Usa, superpotenza 
unica e immatura
di GERALD SEGAL


S I DICE spesso che viviamo in un mondo unipolare, in cui gli Stati Uniti sono l'unica superpotenza. È certamente vero che mai, da quando abbiamo incominciato a vivere in un unico sistema internazionale grazie ai successi dell'imperialismo europeo, vi era stata un'unica potenza paragonabile agli Stati Uniti. Ed è altrettanto vero che questa potenza sembra ubiquitaria: stabilisce l'ordine del giorno del Fmi e della Banca mondiale, interviene nell'Irlanda del Nord per indurre a un accordo di pace le parti in causa, o in Asia per orchestrare la ripresa economica.
Ma a una seconda occhiata le cose si presentano sotto una luce molto diversa. Gli Stati Uniti non sono in grado di incoraggiare i loro alleati mediorientali a riprendere il processo di pace, non riescono a pagare la propria quota alle Nazioni Unite, e sono persino incapaci di spodestare l'odiatissimo regime di Fidel Castro a Cuba. Che tipo di potenza è dunque questa, e come mai è contemporaneamente così forte e così debole?
Gli Stati Uniti sono forti perché possiedono le caratteristiche dominanti di una potenza moderna. La loro economia, la più efficiente di tutto il mondo sviluppato, sfida le Cassandre che dieci anni fa ne avevano predetto il declino. La società statunitense sembra trovarsi in una posizione privilegiata per trarre i maggiori vantaggi economici dall'era post-industrale, in cui l'informazione e l'innovazione costituiscono la chiave della prosperità. Grazie a una struttura sociale aperta e flessibile, gli Usa offrono il suolo più fertile alle aziende oggi vincenti quali Microsoft, Netscape e Yahoo.
Gli Stati Uniti sono inoltre, e di gran lunga, la potenza militare dominante: le loro spese militari sono pari al quaranta per cento di quelle mondiali, e superano del 25 per cento la somma dei bilanci della difesa degli altri quattro membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu. E non si tratta certo di una potenza militare di vecchio stampo. Gli Stati Uniti hanno le industrie belliche più competitive del mondo, e stanno sviluppando nuove tecnologie militari di punta. La sigla Rma (Revolution in military affairs) sta a rappresentare la loro scelta per le guerre del futuro; e se gli Usa ne sono gli inventori sul piano degli affari, a maggior ragione sono all'avanguardia in campo tecnologico.
Perciò, in tutte le accezioni convenzionali del termine di potenza, gli Stati Uniti non sono solo l'unica superpotenza, ma stanno effettivamente accrescendo il divario che li separa dal resto del mondo. Nella potenza americana vi è però una debolezza... sul piano mentale. Gli Stati Uniti sono psicologicamente impreparati al loro nuovo status, e se non cresceranno rapidamente rischiano di fare un pessimo uso delle loro opportunità.
La più evidente delle debolezze degli Usa ha origine proprio nei loro punti di forza, che sono l'apertura e la flessibilità. Questo paese ha un sistema decisionale al cui confronto quello dell'Unione Europea può talvolta apparire dinamico. I padri fondatori degli Stati Uniti hanno deliberatamente imposto al presidente una serie di condizionamenti, nell'intento di creare contrappesi al suo potere interno. A uno straniero può sembrare ridicolo che alcuni parlamentari Usa retrogradi e violentemente antiabortisti possano impedire agli Stati Uniti di pagare le proprie quote all'Fmi e alla Banca mondiale; ma il sistema americano è stato concepito in questo modo. E non cambierà.

UN ALTRO tratto degli americani è una forma di ingenuità (a volte anche simpatica) che li ha portati a credere di poter "salvare l'Europa" alla fine della seconda guerra mondiale battendo il comunismo, ma al tempo stesso li induce a vedere ogni questione in bianco e nero. Purtroppo, dopo la fine della guerra fredda raramente le cose si presentano in termini così netti. L'integrazione della Russia nel mondo occidentale è considerata come un fatto positivo, e quin di lo è anche l'inserimento dei paesi dell'Europa centrale nella Nato. Israele è un paese democratico amico, ma è anche un paese che occupa territori palestinesi, siriani e libanesi. Così, nei confronti di Saddam Hussein l'unico atteggiamento possibile è dipingerlo delle tinte più fosche, benché nella regione del Golfo vi siano numerosi altri regimi quasi altrettanto nefasti.
Questa ingenuità contribuisce a spiegare i periodici slanci di impegno, ad esempio in Bosnia. Dopo essere rimasti per vari anni seduti in panchina a sabotare i pietosi sforzi di pacificazione europei, alla fine gli Stati Uniti hanno mandato avanti la cavalleria, impersonata dal brutale Richard Holbrooke, per mediare l'accordo di Dayton. Ma la realtà dei Balcani oppone resistenza a questo tipo di approccio semplicistico, come ci ricordano i problemi dell'Albania e del Kossovo.
Se il decisionismo americano sembra essenziale per sbloccare le situazioni, è certo tutt' altro che sufficiente. Ad esempio, il processo di pace in Medio Oriente è ormai morto, e gli Stati Uniti non hanno la volontà di risuscitarlo. Le prospettive di pace nell'Irlanda del Nord dipenderanno dalla volontà delle parti locali, e non dall'abilità di un mediatore statunitense.
Questo insoddisfacente stato di cose sembra destinato a protrarsi per qualche tempo. Anche se gli Usa sono una potenza immatura, non si vede all'orizzonte un rivale che possa star loro alla pari. La Russia è tuttora in fase declinante; la Cina dovrà colmare un divario di almeno una generazione prima di raggiungere una reale potenza economica e militare; e il sole giapponese è già al tramonto. Secondo alcuni, l'Europa rappresenta l'alternativa, ma solo gli euroentusiasti più sprovveduti possono credere che nei prossimi vent'anni l'Ue sarà una grande potenza coerente e integrata.

MA L'EUROPA possiede la chiave di una trasformazione positiva della potenza americana. Le nazioni europee, in conseguenza delle loro sfortunate esperienze, sono le sole ad aver compreso che la potenza deve essere accompagnata dalla forza della volontà. La Francia e il Regno Unito hanno ormai imparato a far coincidere obiettivi e risorse, e complessivamente i paesi europei stanno apprendendo a fare insieme tutto ciò che meglio si presta a soluzioni comuni, soprattutto sul piano economico.
Ma gli europei sono soprattutto gli alleati tuttora più vicini agli Stati Uniti, i soli disposti a inviare in combattimento le loro truppe a fianco di quelle americane. A parole, gli Usa hanno il coraggio e l' incoscienza di voler combattere da soli nel Golfo o in altri focolai esplosivi dell'Asia, ma in realtà non si lancerebbero in un'impresa del genere senza poter contare almeno su un certo sostegno da parte alleata.
La sfida per l'Europa è di evitare che il semplicismo americano si ribalti nell'isolazionismo. Gli europei possono tener testa agli americani e far loro comprendere che una politica di scambi unilaterali nel senso voluto dalle legge Helms-Burton mette a repentaglio l'ordine internazionale. L'Europa potrà contribuire a fronteggiare la minaccia delle armi di sterminio nel Golfo, ma soltanto se gli Stati Uniti si convinceranno della necessità di esercitare maggiori pressioni su Israele per ridare vita al processo di pace arabo-israeliano. In breve, siamo interessati alla maturazione degli Stati Uniti in quanto unica superpotenza mondiale, e abbiamo anche il potere di favorirla.
(traduzione di Elisabetta Horvat)
L'autore è direttore dell'Istituto internazionale di Studi strategici di Londra.