La Repubblica 

 
                                       1 October 1998

 
Il missile nord-coreano 
e la vera farsa americana

di GERALD SEGAL



LA SAGA di Monica Lewinsky può darci la sensazione di vivere in un'epoca di politica farsesca; ma alla fine, nel peggiore dei casi, la farsa americana porterà al potere come nuovo presidente il braccio destro di quello attuale. Dunque, nulla di eccezionale.
Consideriamo invece l'importanza del teatro della Corea del Nord, che ci appare come una via di mezzo tra le comiche di Gilbert e Sullivan e il quadro terrificante descritto da George Orwell in "1984". L'ultima crisi missilistica della Corea del Nord ci trasporta verso livelli ben più spassosi, oltre che più paurosi. 
I timori suscitati in Giappone e nel Nord-Est asiatico dal Taepodong 1 (Td-1) sono indubbiamente giustificati, anche se questo missile ha trasportato solo un satellite che serve a trasmettere le canzoni rivoluzionarie di Pyongyang. Dal punto di vista tecnologico, il Td-1 è evidentemente superiore alla precedente generazione di missili Scud e Rodong, a gittata più breve. È un missile a tre stadi, con una gittata di 2000 km, in grado di lanciare un satellite nello spazio; ed è l' evidente dimostrazione dei progressi compiuti verso lo sviluppo di un'arma a gittata intercontinentale, che potrebbe colpire l'intera Asia e l'Alaska. Ma la minaccia presenta anche notevoli limiti, e di fatto ciò che il Giappone dovrebbe temere è soprattutto la sua propria paura. 
Certo, il Td-1 rende più vulnerabili le basi giapponesi e quelle degli Usa in territorio nipponico; ma il Giappone è stato per lungo tempo esposto ai missili russi e cinesi, ben più potenti e precisi. Il deterrente rispetto a queste minacce è stato assicurato dalla presenza di impressionanti forze militari americane, e recentemente dai crescenti segnali della disponibilità giapponese a impegnarsi più a fondo nella difesa del suo territorio, e a collaborare più strettamente con gli Stati Uniti. Fin da quando i primi e rozzi missili balistici furono lanciati contro la Gran Bretagna, nell'ultima fase della Seconda guerra mondiale, gli strateghi militari si resero conto che la miglior protezione contro gli attacchi missilistici non è tanto un sistema difensivo antimissili quanto una più generale strategia deterrente. 
Anche prima del lancio del Td-1, il Giappone era vulnerabile alle aggressioni della Corea del Nord, sotto forma di attacchi aerei da parte di kamikaze o di ordigni esplosivi, trasportati via mare o ad opera di terroristi, che potevano contenere anche cariche chimiche o biologiche. In un certo senso, il Td-1 può essere considerato meno efficace di un attacco terroristico nord-coreano contro il Giappone, dato che la sua origine è più facilmente identificabile. Si potrebbe pensare che la risposta naturale al Td-1 e alle versioni future di questo missile sia il sistema di difesa missilistica di teatro (Tmd) suggerito dagli Stati Uniti; ma la decisione è tutt'altro che semplice. I sistemi Tmd non esistono ancora, ed è improbabile che possano assicurare una protezione completa. In ogni caso, il Giappone resterebbe esposto ad altri tipi di attacco. In definitiva, la miglior difesa è assicurata da un robusto sistema deterrente, costruito su rapporti di più stretta alleanza con gli Usa. Qualsiasi attaccante deve convincersi che se osasse lanciare un attacco, andrebbe incontro a una ritorsione devastante. 

IL Giappone ha già fatto alcuni passi in direzione di rapporti più stretti con gli Usa e con i loro alleati nel campo della difesa; ma molto rimane ancora da fare. Gli osservatori ricorderanno che durante la crisi del 1994, suscitata dal programma di riarmo nucleare della Corea del Nord, l'opposizione giapponese contro un intervento "robusto" ha consentito alla Corea del Nord di ricattare gli Usa con richieste di forniture energetiche e di nuovi reattori in cambio dello smantellamento di armamenti nucleari. È stata proprio la debolezza giapponese del 1994 a far credere ai nordcoreani che il ricatto possa funzionare ancora. 
Fortunatamente, oggi alcuni segnali stanno a indicare che il Giappone ha compreso la necessità di una più stretta collaborazione nel campo della sicurezza, non soltanto con gli Usa ma anche con la Corea del Sud, per assicurare un'impostazione unitaria. Peraltro, a Tokyo non può essere sfuggito il fatto che la Cina abbia dimostrato ancora una volta la propria incapacità di imporsi alla Corea del Nord; perciò per il Giappone l' avvicinamento agli Usa è ormai l'unica scelta possibile. 
A Pyongyang, il test missilistico è visto come un simbolo di virilità della Corea del Nord, per altri versi in pessime acque. Il regime di Kim Jong-Il non può certo citare al proprio attivo successi economici, e deve quindi accontentarsi di suscitare un vespaio con i suoi missili. Come dimostra la farsa della nomina del defunto padre di Kim a presidente perpetuo, praticamente al centro del sistema nordcoreano è rimasta soltanto una bara. Il fatto che Pyongyang abbia atteso ben cinque giorni prima di annunciare di aver lanciato un satellite e non una testata con carica esplosiva è stato un vero disastro sul piano delle pubbliche relazioni, e ha dimostrato il desiderio di Pyongyang di seminare la paura tra i paesi vicini, o anche un'abilità clownesca nella gestione della sua politica difensiva. 

EVIDENTEMENTE, la strategia sottesa al lancio del Td-1 si fonda sull'idea che spaventando il Giappone e i paesi occidentali, la Corea del Nord possa ottenere maggiori aiuti in un periodo di grave crisi economica. Questo paese è il maggiore esportatore mondiale di missili balistici. Al lancio del Td-1 hanno assistito i vari osservatori specializzati, strani personaggi addetti a seguire gli sviluppi in questo campo anche in paesi come l'Iraq, l'Iran e la Libia. Pyongyang ha dichiarato che potrebbe ridurre le proprie esportazioni in cambio di almeno 500 milioni di dollari l'anno, e si può essere certi che la cifra del ricatto sia ulteriormente salita in queste ultime settimane. 
Nel caso in cui non riuscisse a convincere l'Occidente a cedere alle sue richieste ricattatorie di aiuti per far cessare la produzione missilistica, Pyongyang conta di trovare acquirenti interessati ai suoi più efficienti materiali bellici. Vari paesi, quali il Pakistan, l'Iraq, la Siria, l'Iran o la Libia, hanno motivi per volersi dotare di missili balistici a più lunga gittata. 

GLI obiettivi dei missili nord-coreani potrebbero essere le basi Usa in Medio Oriente, Israele e magari anche alcune città europee. In tali circostanze, nell'immediato, la risposta più sensata da parte del Giappone e di altre potenze ai nuovi missili della Corea del Nord consisterebbe nel conservare la calma. I timori esagerati condurrebbero infatti a cedere al ricatto nord-coreano. Per fortuna, la lezione del 1994 ci ha insegnato che questo è il modo migliore per indurre i nord-coreani ad alzare la posta. 
A più lungo termine, sembra chiaro che il futuro ci riserva un mondo in cui la proliferazione delle armi di sterminio tenderà ad aumentare, così come aumenterà la loro efficacia nel colpire obiettivi a grande distanza. Da qui la profonda preoccupazione riguardo al ruolo americano nella farsa del test Td-1: il più grande apparato difensivo mondiale si è dimostrato incapace di distinguere tra un missile balistico lanciato per il trasporto di un satellite e un ordigno con testata a carica distruttiva. Il fatto che i servizi di informazione Usa abbiano fallito così clamorosamente è di cattivo augurio per chiunque riponga la propria fiducia in un'efficace difesa missilistica di teatro. 
Se l'Asia del Nord dovrà affrontare la sfida della proliferazione delle armi di sterminio, appare comunque necessaria una più stretta cooperazione, nel cui ambito vengano affrontati anche i problemi di una contro-proliferazione e quelli degli obiettivi in Europa e in Nordamerica. Ecco la vera lezione da trarre dalla farsa del missile nord-coreano.
(Traduzione di Elisabetta Horvat) 
L'autore è direttore di studi dell'International Institute for Strategic Studies