La Repubblica

22 December 1998

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Fedi, ideologie, felicità
saldi di fine millennio


di GERALD SEGAL


BENCHÉ le onnipresenti canzoncine natalizie ci dicano che questo è "tempo di letizia", la stagione si presenta più foriera di tetraggine e cinismo. Tra gli scettici, i meno sofisticati stigmatizzano l'invadenza commerciale di questo periodo natalizio, che invece dovrebbe esser dedicato alla fede. Ma i rabbuffi contro il consumismo non incidono più di tanto, in un'epoca in cui il disincanto ha assunto ben altre dimensioni. Concediamo comunque un momento di sosta al Natale (e a noi stessi) per riflettere sul fatto che, tutto sommato, la vita non è poi tanto male.
L'epoca del declino della fede religiosa è iniziata da tempo. Negli ultimi due secoli, la rivoluzione scientifica ha spiegato molte delle cose che prima erano spiegabili soltanto in termini religiosi, e il potere di preti, imam e rabbini si è in parte dissolto. Il processo di democratizzazione del secolo scorso ha messo seriamente in forse la pretesa clericale di decidere della vita delle persone. Più recentemente, gli spazi sempre maggiori conquistati dalla metà femminile dell'umanità stanno erodendo l' autorità di un ordine sociale che privilegia il maschile.
Per le religioni organizzate, il risultato è devastante. Negli Stati Uniti, un paese in cui molti tendono a sbandierare la propria fede religiosa, i praticanti sono in drastico calo: ormai solo il 39 per cento va in chiesa almeno una volta all'anno, nonostante la moda dei sacred sneakers, le scarpe da tennis con un'immagine di Gesù sulla linguetta. Gli ebrei, dai quali si sarebbe potuto attendersi, dopo l'Olocausto, un maggiore attaccamento alla religione, hanno preferito erigere a propria difesa lo Stato secolare di Israele. Il cinquanta per cento degli ebrei che vivono nel mondo sviluppato, compreso l' autore di questo articolo, contrae matrimonio con partner di religione diversa, e di conseguenza il "popolo eletto" è in via di rapida riduzione.
Ma la fascia sempre più ristretta dei religiosi può trarre qualche compiacimento dal fatto che sta diminuendo anche il numero di chi crede nelle ideologie secolari: comunismo, socialismo e le varie forme di nazionalismo. I leader cinesi sono comunisti pressappoco nella stessa misura in cui gli inglesi del XIX secolo erano anglicani: con molta moderazione. L'Italia ha un primo ministro ex comunista, il quale però, come il già socialista Tony Blair, non rappresenta altro che la faccia accettabile del liberalismo di mercato. La ricerca sempre più patetica, nella politica del mondo sviluppato, di una "terza via" coerente può essere vista come un curioso desiderio di mettersi in pace con una coscienza personale che aveva sinceramente creduto nelle ideologie radicali. Nel Quebec, in Scozia e in alcune regioni italiane sorgono nuove ideologie di stampo nazionalista, ma ciò avviene soltanto perché rivendicazioni identitarie di questo tipo sono oggi assai meno rischiose, grazie all'apertura delle forze economiche in senso regionale o globale.
Come era logico attendersi, la fine dei fideismi religiosi e secolari ha stimolato varie forme di fondamentalismo di retroguardia. Tutte le maggiori religioni hanno i loro fanatici: c'è chi uccide i medici abortisti, chi mitraglia i palestinesi e chi minaccia di morte scrittori occidentali. Il venir meno delle credenze secolari ha stimolato oltretutto nazionalismi malefici, in particolare nei Balcani e nel Caucaso. Una risposta più avanzata è invece la creazione di un'Europa più federale; ma con i burocrati al potere, e una moneta unica varata in un clima di singolare mancanza di entusiasmo popolare, Eurolandia non sembra un terreno fertile per una fede secolare.
Che cosa resta allora per attirare i fedeli? Nella nostra epoca dominata dall'Occidente, l'ideologia prevalente, con la sua fiducia nel potere creativo e curativo dei mercati e della politica liberista, praticamente non è molto più di una forma circolare di fede nel progresso. Non può quindi sorprendere che stando ai risultati di uno studio realizzato recentemente dall'Istituto Demos di Londra, nel mondo sviluppato si è sempre più scettici persino sulla felicità. Sembra che ormai, per quella che potremmo chiamare un'esplosione dell'affluenza, neppure gli incrementi di ricchezza siano considerati in grado di renderci più felici. In Asia, la recente crisi economica ha scosso la fiducia del ceto medio di nuova generazione, che solo di recente aveva incominciato a credere nel capitalismo come fonte di felicità.
Ma a questo punto si finisce per esagerare con il cinismo e la tetraggine, soprattutto nell'Asia del Pacifico. Fermiamoci un attimo a riflettere su ciò che la fede nei valori occidentali ha saputo produrre. Secondo l'Onu, l'Indice dello sviluppo umano del 1998 (calcolato in base a una serie di dati sul Pil, la mortalità infantile, la qualità dell' ambiente ecc.) è passato in Giappone, a decorrere dal 1960, da 250 a 940 punti, ed è aumentato di altri 36 punti dal 1980. A Singapore, l'aumento è da 377 a 896 dal 1960, e di 116 dal 1980. Nell'Indonesia oggi in crisi, passa da 456 a 679 dal 1960 e aumenta di 261 punti dal 1980. In Cina passa da 402 a 650 dal 1960 e sale di 175 dal 1980. L'aumento del Canada, primo della tabella, è invece di 95 punti dal 1960 e di 49 dal 1980.
Questi dati sono la storia di un reale progresso di massa della specie umana, che neppure i recenti, limitati insuccessi possono nascondere. L'attuale crisi nell'Asia del Pacifico non è una crisi di fiducia nei principi occidentali, ma segna piuttosto il naturale venir meno di più antiche credenze ortodosse. I valori asiatici, come quelli vittoriani, non sono in grado di sopravvivere a una o due generazioni di prosperità.
E tuttavia, in questo mondo occidentalizzato la spiritualità non è introvabile; è solo sapientemente dissimulata sotto nuove forme di virtù sociali. È di vitale importanza ricordare qui il concetto di Aristotele, secondo il quale la sola vera fonte di felicità sta nelle buone azioni, e l'unica via che porta all'appagamento è la virtù. Nella società post- industriale, i veri valori e la felicità vengono dal sostegno a forme di virtù modernissime. Tra i militanti ecologisti, o nel pullulare delle nuove organizzazioni non governative, si possono ravvisare i nuovi volti della virtù e della fede. Anche i militanti per i diritti degli animali, o al limite gli attivisti della vita sana e della forma fisica si possono includere in questo gruppo.
Certo, sotto la copertura delle nuove virtù si nascondono anche pericolosi estremisti: ecoterroristi o difensori fanatici dei diritti degli animali, disposti a uccidere esseri umani. Ma così come non si giudicano i cristiani dalla qualità artistica degli addobbi e delle musiche commerciali che inondano le principali vie delle città in questo mese di dicembre, lo stato di salute di quest'era dominata dall'Occidente non dovrebbe essere giudicata dalle sue sbavature. Del resto, preferisco mille volte i superattivisti dell'ecologia ai crociati delle guerre di religione. Tutto sommato, il nostro è veramente un "tempo di letizia".

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

L'autore è Direttore degli Studi all'International Institute
for Statistic Studies di Londra