La Repubblica
26 May 1998
 

 
 
 
Si riapre la corsa 
alle armi nucleari
di GERALD SEGAL


DIVENENDO il sesto membro dell'esclusivo club dei paesi dichiaratamente in possesso di armi nucleari, l' India ha innescato un divampare di analisi e di commenti. C'è stato l'assai prevedibile dibattito sulla saggezza della decisione indiana, ma anche una discussione meno prevedibile sulla lotta alla proliferazione delle armi nucleari. Il dibattito sta prendendo forma attorno a quattro posizioni principali.
La prima posizione è che i test indiani non rappresentano un passo così particolarmente importante perché tutti sanno che dal 1974 l'India ha potenziale nucleare e quello che è successo ora, non è altro che la realtà che acquisisce status ufficiale di realtà. Quando il Pakistan metterà in cantiere i propri test, avremo soltanto altri episodi della stessa serie. Tutti sanno che Israele possiede armi nucleari e la realizzazione dei test non altererebbe i rischi.
Se da una parte questa posizione mette a fuoco l'atteggiamento pragmatico che si è avuto nel passato riguardo alla non proliferazione, dall'altra non coglie un principio basilare. Il tenere le bombe nucleari nascoste in cantina aveva una valenza positiva in quanto rafforzava la regola mondiale contro la proliferazione. Sarebbe possibile convincere le potenze nucleari esistenti a non incrementare o persino ad eliminare i loro arsenali nucleari soltanto se tutti noi capissimo il potere infausto e inattaccabile delle armi di distruzione di massa. Il superamento della linea di demarcazione da parte di un paese che diviene una potenza nucleare dichiarata non soltanto crea un rischio a livello regionale e favorisce la corsa agli armamenti, ma danneggia pure la regola globale.
La seconda posizione è che le armi nucleari nei fatti non provocano destabilizzazione, ma che, anzi, favoriscono la deterrenza. Questo argomento "più è meglio" si basa sulla nozione che le armi sono così terrificanti da spaventare, in tempi di crisi, i popoli portandoli verso una posizione di maggiore sensibilità - una lezione imparata dalle potenze nucleari al tempo della Guerra Fredda.
Questa seconda opinione, spesso appoggiata dai politically correct che sostengono che l'India e il Pakistan sono altrettanto civili e capaci di complesse strategie quanto i protagonisti della Guerra Fredda, fraintende sia la storia che le realtà locali. Mano a mano che analizziamo la storia della Guerra Fredda, cominciamo a renderci conto di quanti errori siano stati commessi nelle prime fasi dello sviluppo di fattori deterrenti e di forme sicure di comando e controllo. Sviluppando la deterrenza a livello regionale, anche l'India e il Pakistan, e forse nel futuro anche Israele, potranno incorrere in situazioni che possono andare storte. Anzi, gli errori sono più probabili quanto più i contendenti sono vicini, perché i tempi di allerta si riducono e ci sono molti più piccoli potenziali detonatori per errori massicci.
La terza posizione è che ogni caso di ulteriore proliferazione è diverso dall'altro e che, dunque, non c'è necessariamente un collegamento tra il test indiano e la prospettiva che l'Iran o la Corea del Nord vadano ad includersi tra le potenze nucleari. Mentre d'una parte è certamente vero che non ci sono necessariamente collegamenti tra le varie zone di conflitto, in questo nostro mondo globalizzato e interdipendente, coloro che intendono proliferare sicuramente badano a quello che succede altrove. Gli indiani puntano l'indice sulla tolleranza riguardo all'arsenale nucleare israeliano e sull'accomodamento riguardante la Corea del Nord nel 1994. Chi può dubitare che l'Iraq argomenterà che le sanzioni imposte per evitare che compri armi di distruzione di massa ora devono essere sospese, dal momento che l'India è diventata una potenza nucleare relativamente senza sanzioni? L'Iran e la Corea del Nord sarebbero folli a non trarre vantaggio dal "successo" dell'India. Erodere la rego la globale contro la proliferazione diventerà più facile per i successori.
La quarta e correlata posizione è che non esiste un modo efficace per fermare la proliferazione e dunque, perché compromettere la stabilità mondiale imponendo sanzioni o fare sprecare tempo alla diplomazia negoziando accordi per il controllo di armi obsolete? Se credi nel libero mercato, lascia cadere le schegge nucleari dove devono cadere.
Questo atteggiamento preventivamente disfattista potrebbe avere senso quando la regola contro la proliferazione sarà fallita in modo ancora più completo, ma per il momento rischia di essere una profezia che avvera se stessa. In un mondo siffatto, il Giapopone, Taiwan, l'Iran, l'Iraq e la Libia sono tutti destinati ad avere armi nucleari. Il rischio che le armi nucleari vengano utilizzate crescerà proprio quando pensavamo di fare progressi nella riduzione degli arsenali e alcuni paesi hanno già dichiarato il disarmo nucleare unilaterale.
Alla fin fine lo scopo delle sanzioni e dei trattati è quello di rinforzare questa norma globale contro la proliferazione. Le sanzioni ed i trattati sono anche un elemento chiave per dare forma alla supremazia della legge e a delle strutture che garantiscano l'ordine. È strano sentire le stesse persone dei paesi sviluppati che auspicano un maggiore controllo del sistema globale finanziario, dire di non volere un maggiore controllo rispetto alle armi di distruzione di massa. Le sanzioni sono strumenti diplomatici imperfetti, ma chiunque abbia allevato bambini o tentato di amministrare una impresa (per non parlare di un paese), sa che il principio chiave del buon governo è di evitare che "il meglio sia nemico del bene".
Un modo utile per valutare fino a che punto si è ancora disposti a combattere la giusta battaglia contro la proliferazione, è quello d'immaginare cosa accadrà se la battaglia verrà persa. Pensano gli abitanti del Sud Est asiatico che saranno più ricchi e più sicuri con un Giappone (o Taiwan, o l'Indonesia o persino Singapore) che possiede armi nucleari? Si sentiranno più sicuri gli abitanti del Medio Oriente e dell'area del Golfo sapendo delle armi nucleari in mano all'Iran, all'Iraq, o persino alla Libia o alla Siria?
Alcuni di questi paesi potranno preferire di risolvere le proprie dispute da soli e, in un mondo siffatto riguardo alla proliferazione nucleare, è precisamente quello che succederà. Con gli Stati Uniti e gli europei che si ritirano dai rischi che comporta l'aiutare a risolvere i conflitti regionali che avranno acquisito dimensione nucleare, l'era della globalizzazione potrebbe essere interrotta bruscamente. Qualcuno può vedere di buon occhio una tale tendenza, ma coloro che subiranno il minor danno sono i già ricchi abitanti del mondo Atlantico.

L'autore è Direttore degli Studi all'International Institute for Strategic Studies di Londra. Traduzione di Guiomar Parada