la Repubblica
3 April 1998
 

 
 
Asia, il colosso in crisi 
chiede aiuto all'Europa
di GERALD SEGAL


I QUINDICI stati membri dell'Unione Europea accolgono dieci leader asiatici al secondo vertice Asia-Europa (Asem). L'incontro di Londra, a due anni circa dalla riunione inaugurale di Bangkok, nel marzo 1996, viene a cadere in un clima radicalmente diverso da quello di due anni fa. Qualcuno potrebbe essere tentato di pensare all'Asia come a una bolla sgonfiata, che non meriti più molta attenzione da parte dell' Europa. Ma sarebbe un errore. L'Europa deve continuare a prendere molto sul serio i rapporti con questo continente, ancorché per ragioni assai diverse da quelle del 1996. 
Nel 1996, l'Asia si presentava come un partner dalle molte tentazioni a un'Europa ansiosa di dimostrare la propria capacità di competere nell'economia globale. Gli americani sembravano aver già instaurato un dialogo privilegiato con l'Asia del Pacifico attraverso il Forum per la cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec), e avevano respinto le istanze dell'Europa, negandole persino lo status di osservatore in quella sede. Sia l'Asia che l'America si preoccupavano allora della cosiddetta "fortezza Europa", e vedevano quindi nell'Apec un modo per indurre gli europei a mantenersi lealmente impegnati in un sistema aperto di scambi multilaterali. L'Asem è sorta da una proposta avanzata dall'Asia, nell' idea che l'Europa avrebbe potuto aiutarla a contenere lo strapotere americano, e a divenire così il fulcro dell'economia globale. E finché la crescita asiatica procedeva a un ritmo più rapido di quello europeo o statunitense, questa illusione poteva sembrare almeno vagamente plausibile. 
Ma nel luglio 1997 la crisi economica dell'Asia ha fatto crollare queste illusioni e ha riscritto le regole dell'Asem. Gli asiatici ora chiedono che l'Asem 2 offra un forte sostegno alla ripresa economica del continente, e sperano persino di vedersi offrire un'alternativa più facile di quella di sottomettersi al pacchetto di riforme dell'Fmi, sotto la supervisione degli Stati Uniti. L' Asia non è ormai più al posto di guida, ma viene a perorare la propria causa alla Corte europea. 
L'Europa tende a guardare alle mutate fortune asiatiche con un piacere misto a una certa confusione. Qualcuno mormorerà sottovoce, certo di non essere ascoltato dagli asiatici, che "questa crisi non avrebbe potuto scegliere meglio le sue vittime". Altri si rallegreranno di vedere mortificato chi prima ostentava arroganza, e sgonfiata la sicumera asiatica. Qualche europeo potrebbe essere anche indotto a salutare il declino di un modello economico competitivo, cogliendo l'occasione per pensare che l'Europa possa fare a meno di impegnarsi nella propria riforma economica. 
Sarebbe però pericoloso sostituire all'arroganza asiatica un'arroganza e un autocompiacimento europei. La crisi in Asia e il processo dell'Asem offrono un'opportunità per una nuova visione dei rapporti con questo continente, e soprattutto per una nuova politica estera europea. Come si è rilevato alla conclusione di un incontro del marzo scorso, sponsorizzato dal British Council, tra "giovani leader" asiatici ed europei, né l'Europa né l'Asia hanno a disposizione risposte facili ai grandi problemi delle società moderne. I problemi che riguardano le modalità e la struttura di un welfare moderno, una più efficace difesa dell'ambiente, il rafforzamento dei sistemi legislativi e una maggiore efficienza in un'economia dell'informazione si pongono in termini diversi nelle varie regioni dell'Asia e dell'Europa, ma costituiscono per tutti sfide molto impegnative. 

UNO DEI principali temi di riflessione per l'Europa è il modo di concepire la struttura stessa delle sue relazioni con l' Asia. Dobbiamo pensare al nostro continente come a un'entità unica rappresentata dall'Unione Europea, o come a un insieme di quindici stati che valorizzano le proprie diversità? Neppure gli asiatici hanno posizioni univoche riguardo al tipo d'Eu ropa che vorrebbero aver di fronte. Un'Europa diversificata potrebbe presentare vantaggi, come quello di offrire insegnamenti diversi sulla gestione dello stato sociale, sulla tutela dell' ambiente, sulla formulazione e il rispetto delle leggi. D'altra parte, un'Europa più unita presenterebbe il vantaggio di poter meglio tenere testa agli Stati Uniti sul piano degli scambi, contribuendo ad equilibrare la tendenza americana all'arroganza nella gestione del sistema internazionale. 
In un certo senso, la caratteristica più attraente dell'Europa è quella che rappresenta il suo fattore di maggiore incertezza: la creazione di una moneta unica europea. Gli stati asiatici si trovano nel pieno di una crisi economica, con un dollaro Usa forte, per cui gli Stati Uniti sono più disponibili a organizzare la soluzione dei problemi economici asiatici. Ma cosa accadrà se l'euro diverrà una delle principali valute di riserva? L'Europa proporrà di assumersi un ruolo di leadership alternativa? I leader europei organizzeranno una politica economica globale? Vi sarà tra l'Europa e l'America un ampio dibattito su questo tema? 
A queste domande non si può dare una risposta ragionata prima di saperne di più sui prossimi sviluppi dell'euro. Sarà una valuta forte? E chi deciderà la politica dell'uso dell'euro sui mercati globali? In quali mani risiederà il potere finanziario europeo? Entro il prossimo vertice Asem, che si terrà a Seul nel 2000, vedremo profilarsi le risposte a queste domande. Quindi, ciò che più importa per l'Asia, nell'intervallo tra il vertice di Londra e quello di Seul, è l'avvio di un serio dialogo per realizzare tra europei e asiatici uno scambio di informazioni attinenti a questi problemi, e iniziare in proposito una riflessione collettiva - se è questo che intendono fare.

Ma per gli europei esiste anche l'alternativa di assumersi un ruolo più globale. Se infatti esiste per l'Europa la tentazione di vedersi come un attore unico, che dialoga con un gruppo unitario e coerente chiamato Asia, in pratica quest' ultimo continente non avrà mai il necessario livello di organizzazione. L'Europa non ha quindi altra scelta che quella di intrattenere rapporti prioritari con gli Stati Uniti. Se così stanno le cose, il maggior interesse degli europei è quello di concentrarsi sulla creazione di un sistema globale rafforzato, in cui abbia più forza la voce dell'Europa. Essa dovrebbe, in questa prospettiva futura, puntare sull' Asem per porre l' accento sulla ricerca di soluzioni globali ai vari problemi, facendo leva sui diversi punti di forza dei suoi membri. 
Una strategia del genere risulta evidente dal risultato più concreto previsto per l'Asem 2: la creazione di un fondo fiduciario per contribuire a fornire all'Asia il "know how" per migliorare i suoi sistemi finanziari. Questo fondo non sarà gestito dall'Unione Europea, e neppure da uno speciale organismo dell'Asem, bensì da un'istituzione globale: la Banca mondiale. Così facendo, l'Europa sollecita gli Stati Uniti a partecipare al gioco secondo le regole globali, e a sostenere un sistema economico multilaterale aperto. L'Asem potrebbe andare anche oltre, accettando di concludere qualsiasi accordo di scambio a livello Apec, in modo da rafforzare le possibilità di una nuova liberalizzazione globale degli scambi per l'intero ambito dell'Oic. La visione più creativa dell'Asem non è una nuova forma di regionalismo, bensì l'immissione di nuove energie in un sistema globale aperto. 
(traduzione di 
Elisabetta Horvat) 

L'autore è direttore 
dell'Istituto internazionale 
di Studi strategici di Londra