La Repubblica
9 June 1998
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Che cos'è 
in gioco 
nei Mondiali
di GERALD SEGAL


SE FOSSE ancora in vita, George Orwell ci direbbe forse di non sentirci troppo comodi e tranquilli quando domani ci disporremo ad assistere alla Coppa del Mondo di calcio. Per Orwell, lo sport è "una guerra senza spari"; quindi, chi tifa per l'Italia dovrebbe ponderare il rischio. 
Non intendo affermare seriamente che il calcio, o lo sport in genere, possa diventare una pericolosa ossessione, anche se in passato non sono mancati gli episodi gravi. Nel 1969, il calcio è stato all'origine di una guerra tra il Salvador e l' Honduras. I Giochi Olimpici sono stati più volte boicottati per motivi politici. Le Olimpiadi del 1936, nella Berlino di Hitler, sono assurte a simbolo etico del prorompente fascismo; e nel 1972 a Monaco atleti israeliani sono stati uccisi da terroristi palestinesi. Lo sciopero indetto questa settimana dal personale di Air France appare inoffensivo al confronto. 
Si possono però citare anche esempi positivi dei rapporti tra sport e politica, come la diplomazia del ping pong nella distensione tra Usa e Cina. 

UN TIFOSO dotato di spirito d'osservazione noterà che le squadre dell'Iran e degli Stati Uniti si affronteranno nel gruppo F della Coppa del Mondo; e i loro ospiti francesi sperano vivamente in qualche segno di distensione tra questi due paesi, per permettere alle loro compagnie petrolifere di fare più soldi senza timore di sanzioni Usa. Cos'altro può vedere uno spettatore interessato agli aspetti politici della Coppa del Mondo dietro il genio sportivo in campo? Per gli europei, si profilano insegnamenti di particolare interesse. 
Sembra davvero che l'unità europea faccia grandi passi avanti: questa almeno è la considerazione che ispirano i tifosi del club Chelsea di Londra, fieri della loro squadra vincente sotto la guida dei campioni italiani. I londinesi tiferanno forse per l' Italia non meno che per l'Inghilterra. Potranno essere perdonati anche se penseranno che si stia sviluppando nel calcio uno stile europeo, grazie alla libera circolazione dei campioni nei vari stati dell'Ue. 
L'unità europea sembra particolarmente salda anche per quanto riguarda le critiche rivolte alla Francia per il numero insufficiente di biglietti d'ingresso riservati agli spettatori provenienti dall'estero. A molti, che ricordano l'aggressività francese verso i partner dell'Ue sulla questione della presidenza della Banca centrale europea, quest'irritazione verso la Francia non dispiace affatto; e se la sua squadra fosse punita della supposta arroganza francese nella gestione della Coppa del Mondo, potrebbe esserci in Europa una reazione di comune soddisfazione. I tifosi britannici vedranno nella presenza di una squadra scozzese un'anticipazione del futuro, mentre gli euroscettici del Regno Unito la interpreteranno come un ulteriore tentativo di mettere in pratica nei confronti delle isole britanniche il motto "divide et impera". È una vera fortuna che gli irlandesi non siano arrivati in finale! 
Ma i britannici più lungimiranti saranno lieti di constatare come il capitalismo anglosassone stia surrettiziamente assumendo il controllo del calcio europeo attraverso il mercato finanziario globale. Ora che i club del Regno Unito ottengono enormi somme di denaro grazie alla vendite di quote azionarie, e la televisione satellitare britannica domina il mercato e procura lauti profitti ai club, le squadre britanniche possono permettersi di comprare i migliori giocatori. Che bisogno c'è di allevare campioni in casa, quando si possono acquistare sul mercato aperto? I britannici più supponenti si compiaceranno di questa nuova strategia, con la quale il Regno Unito riprende in sordina il controllo di un gioco di cui rivendica l'invenzione. 
Eppure gli europei non dovrebbero vantarsi troppo della ricchezza del calcio, se è vero che neppure i maggiori divi del pallone figurano tra i venti atleti meglio pagati dello sport planetario. Ronaldo, Maldini, Shearer e Del Piero sono poveracci al confronto con Michael Jordan, Evander Holyfield e Tiger Woods. Se il calcio vuole diventare uno sport globale veramente ricco, dovrà assoggettarsi in misura ancora maggiore al mercato finanziario anglosassone. 
Questa affermazione può sembrare strana quando si prevede che complessivamente l' audience televisiva per tutte le partite della Coppa del Mondo raggiungerà i 37 miliardi di spettatori. È probabile che circa un quarto della popolazione mondiale assista alle finali. Ma sebbene in campo calcistico gli Stati Uniti siano una nazione minore, le redini economiche della Coppa del Mondo sono nelle mani dell'economia capitalistica globale dominata dagli Usa. Accanto a Coca Cola, Hewlett-Packard e Anheuser- Bush, la multinazionale giapponese Canon compare isolata. 
Di fatto, la combinazione tra il denaro e le squadre più potenti suggerisce un mondo dominato dalle potenze atlantiche. In Asia sono in molti in questo momento a chiedersi come mai le squadre asiatiche presenti alla Coppa del Mondo siano così poche, con nessuna pos sibilità di superare il primo girone. 
Il mondo arabo dispone di una testa di ponte in Arabia Saudita, che però è considerata come l' inconsistente emanazione di un vasto pool di redditi petroliferi fluttuanti. Quanto agli africani, benché insistano sui loro prorompenti talenti, sono visti chiaramente come la parte più debole del mondo atlantico. La Nigeria simboleggia in qualche modo l'inattendibilità e le pratiche corrotte, che inducono a non darsi pensiero delle sfide di questo continente nei confronti delle aree atlantiche più ricche. 
Ma almeno, la Coppa del Mondo sarà relativamente libera dai molti problemi politici che hanno messo a dura prova i Giochi olimpici. Fortunatamente non si parlerà troppo di abuso di droga. Tra l'altro, le Olimpiadi sono state criticate per aver sempre messo le donne in secondo piano, mentre la Coppa del Mondo di calcio, tutta maschile, sta acquistando rapidamente maggior popolarità tra le donne. Forse a questo non è estranea la crescente tendenza a sfruttare i campioni come sex symbols, a volte persino nudi. 
Il calcio, come i Giochi Olimpici, soffre indubbiamente delle eccessive interferenze di burocrati e politici, oltretutto spesso corrotti. E come alle Olimpiadi, vi sono buone ragioni per dubitare dell'imparzialità degli arbitri. Inevitabilmente, il clima si surriscalderà quando questi diversi fattori si combineranno sotto i riflettori della televisione globale. Ma in definitiva, queste questioni politiche non faranno altro che accrescere ancora il godimento di uno spettacolo di autentica esibizione di bravura: il calcio è stato definito "working class ballet" (il balletto della classe operaia). E vale anche la pena di ricordare che questo sport ci offre rari momenti di competizione in un'economia politica sempre più globalizzata. Almeno per un mese, potremo trarre un piacere anche maggiore dall'illusione di vivere in un mondo di stati sovrani e indipendenti.